harley davidson

“Io e la mia Harley Davidson„

L’altra sera ero seduto in veranda, con una bottiglia di ron e un sigaro da accendere. Finalmente il tempo si era rimesso, rendendo la mia veranda un posto magnifico dove contemplare il cielo estivo.

Versai un goccio abbondante di Santiago de Cuba 12 anos nel bicchiere e portai il puro, un Regios di Saint Luis Rey, alle labbra, per inumidirne la testa e renderla pronta all’accensione.

Non tirava un filo di vento, cosi optai per un accendino a fiamma morbida. Due boccate bastarono a farmi capire che il sigaro tirava senza problemi. Da lontano sentii un rombo famigliare avanzare. Un motore bicilindrico, con gli scarichi aperti, passava pacioso sotto casa.

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Dal rumore che emetteva, doveva essere un 1450 di cilindrata. Buttai giù un sorso.

Un altro rombo si stava avvicinando, ma stavolta era ancora più forte. Un gruppo da cinque moto, facenti parte della stessa famiglia della precedente.

Dando una lunga boccata, mi lasciai andare ai ricordi, quando anch’io giravo di notte in sella ad una Harley Davidson.

La mia vita di harleysta iniziò il diciannove agosto 1997. Per colpa di Francesco.

Grande amico di vecchia data, Francesco possedeva uno Sportster 883 giallo aerografato.  Che spettacolo quella moto. Sella singola senza imbottitura. Ammortizzatori bassi, rigidi da morire.

Un giorno che stavamo andando ad un raduno Harley Davidson  all’autodromo di Vallelunga, Francesco mi chiese di guidare quella meraviglia. Sudando freddo per l’eccitazione, accettai. Che sensazione! Stavo guidando una Harley!

Arrivammo a Vallelunga e scambiammo quattro parole con tizio, caio e sempronio. Ma la mia mente volava. Ero completamente partito. Desideravo una Harley Davidson.

Cosi, il diciannove agosto 1997, con il buon Francesco, ci recammo da Numero Uno, mitico rivenditore Harley Davidson. Firmai il contratto di vendita. Ero ufficialmente diventato un harleysta !

Avevo acquistato uno Sportster 883 azzurro cielo. Mi ricordo la data di acquisto perché era il primo giorno che il concessionario aveva aperto dopo una breve pausa estiva. Ero veramente partito.

Da li fu un crescendo di emozioni. Da quando ritirai la moto a quando la portai per il primo tagliano e feci aprire gli scarichi. La prima accensione con gli scarichi aperti, chi se la scorda!

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Piano piano portai delle modifiche estetiche alla mia piccola Harley, che mi fecero spendere una fortuna. Ma lei diventava sempre più bella.

Andai ai raduni provando la gioia di guidare insieme ad altri trecento indemoniati. Feci parte di un club di harleysti, con tanto di tessere sociali e t-shirt nere.

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Ma come nei sigari, passando il tempo, la corsa che gradivo maggiormente era da solo. Io ed il mio Sportster. Rigorosamente a sella singola, perché aggiungendola per il passeggero, rovinava l’estetica della mia moto. Adoravo la solitudine. Cosi ero padrone di decidere la velocità di crociera, dove andare e quando fermarmi.

Gli anni passavano e lei era sempre li, fedele ad aspettarmi. Pronta per una nuova corsa. Non mi ha mai piantato in asso.

Poi come tutte le grandi storie, arriva la fine. E di certo non fu per colpa sua.

Un sabato mattina uscimmo per una passeggiata. Imboccammo via Marco Polo, direzione Piramide. Il tempo di superare il cavalcavia che passa sotto la Cristoforo Colombo, subito dopo la salita, una signora, alla quale si era aperto il cofano della macchina, si era fermata sulla corsia di sorpasso. Proprio dove stavamo arrivando io ed il mio Sportster.

Cercai di rallentare il più possibile, evitando di inchiodare per non perdere il controllo della Harley. Rallentai ma non potei evitare l’impatto. Mi ritrovai per terra, sotto lo Sporster.

Molti automobilisti si fermarono per soccorrermi. Ringraziando Dio, non riportai ferite. Lo Sportster, una leggera ammaccatura sul serbatoio, causata dalla botta ricevuta dal manubrio.

Il primo automobilista che mi tirò fuori da sotto la moto, mi diede una pacca sulla spalla, dicendo che era la mia giornata fortunata.

La fortuna consisteva nel fatto che ero caduto sulla sinistra invece che sulla destra. In quel caso, le auto non avrebbero fatto in tempo a fermarsi e…. Vabbè, lo avete capito.

Rimontai in sella e mi diressi al pronto soccorso, per farmi controllare le ammaccature. Anche in quella occasione, lo Sportster non mi tradi’. Come se nulla fosse successo, si accese al primo colpo.

Quell’esperienza però, lasciò in me la paura. Eh si.

Purtroppo la mia vigliaccheria mi portò da quel giorno, a guidare senza la spensieratezza di una volta. Passò un anno e decisi di separarmi dalla mia Harley.

La diedi in permuta. Con il suo controvalore, aggiungendo qualche migliaia di euro, acquistai una macchina sportiva molto bella. Ma non mi da le stesse sensazioni.

Ricordo ancora il giorno che ho portato lo Sportster dal concessionario per ritirare l’auto. La mia piccola Harley aveva capito tutto. Aveva capito che l’avrei lasciata li.

Quando arrivò il capo officina del settore moto, mi chiese di accenderla. Lei che mai si era fatta pregare, quella volta non si accese. Si accese solamente al terzo tentativo, cosa che non aveva mai fatto prima di allora. Lasciandola brontolare al minimo per un paio di minuti, il capo officina mi disse:”ma come fai a disfartene di una moto cosi?”.

Mi girai e tristemente me ne andai.

Non ebbi  il coraggio di guardarla ancora, per un’ultima volta.

Passarono tre anni. Io lavoravo a La Casa del Habano di Roma. Ero uscito per andare a prendere un caffè sotto la galleria, quando la incontrai. Era lei. Era proprio lei.  Col suo borbottio tipico. Era venuta a cercarmi a piazza Colonna! Il cuore mi batteva all’impazzata.

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Fermai il tizio che c’era sopra senza troppe cerimonie. Gli dissi chi ero e che volevo fare delle foto alla mia vecchia Harley. Lui, gentilissimo e sorpreso dalla casualità, accettò.

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Feci le foto e dopo una breve chiacchierata, li vidi andare via insieme.

Tornai con la mente al presente. Il Regios, un hermoso n.4, con cepo 48 per mm.127, fumava con regolarità, sposandosi bene con il ron.

Il telefono squillò. Era Francesco. Mi chiese se ero a conoscenza del raduno europeo che si teneva durante il fine settimana. Risposi di si. Mi chiese se sarei andato. Risposi che non lo sapevo.

La voglia di andare era tanta, ma andare senza la mia piccola Harley forse non avrebbe avuto senso. Francesco, che nel frattempo, era salito su una Harley Davidson Softail, mi disse di chiamarlo se avessi cambiato idea.

Francesco

Lo salutai mentre altre cinque Harley passavano sotto casa.

Mi avvicinai al lettore cd e misi un disco dei Guns n’ Roses. Traccia n.8. Axel iniziò a cantare la loro versione de Knockin’On Heaven’s Door.

Dedicai la fumata del Regios alla mia piccola Harley e a tutti i bikers che leggendo questo  pezzo, sanno cosa ho provato e cosa provo ancora oggi. Live to Ride, Ride to Live.

-Massimo Busciolano-

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