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“La Casa del Habano 5 y 16„

I woke up in a good mood. I had marked on the agenda a visit to La Casa del Habano of 5 y 16. I was going to  meet Carlos Robaina.

My hotel was not quite so close to La Casa del Habano, I’d come up with a good twenty minute walk. It was eleven thirty and the sun beat down, even though it was February. So I chose the sidewalk with more shade. The large overhanging branches from the trees could cover much of the pavement.

I walked quiet, looking at the various vehicles that sped on Fifth Avenue. An American car fifties, a Russian sidecar, a modern Korean car.

Who knows the Fifth Avenue knows it is a very wide road, in both directions. In between, there is a fairly wide pedestrian promenade separating the lanes. At that time, it was easy prey of the sun.

A worker caught my attention. In the central avenue, under a sun hot enough, pushing a cart with a few sheets above. The laborer wearing a helmet accident, a shirt army green, colonial shorts, boots. As he pushed the heavy cart with both hands, holding a smoldering cigar in his mouth.

I was struck by that vision! I wanted to photograph it, but the coward in me prevailed and I hit him in the back. Seriously, I feared a  fuck off  by a Cuban worker who was sweating seven shirts. Explain that I have a passion for Cuban cigars!

After five minutes from the mystical vision, I arrived at La Casa del Habano. The construction reminded of my uncles house to the sea. Imagine how nice to live in La Casa del Habano! White, on two levels, with a large window on the front.

A real show it opened my eyes. A large walk-in humidor that developed as a snake. At the left chest, on the right the desk of the Torcedor.

In front, low tables surrounded by comfortable chairs served as an antechamber to the restaurant and bar. I asked Carlos, who arrived immediately. With a broad smile, typical of the Cuban people, greeted me. I explained who I was and he told me not to do compliments. I could go and photograph everything I wanted.

But not before asking him one of Hoyo de Monterrey Epicure No.2. I turned on the cigar and began to wander around the tienda like a puppy dog ​​that does not know exactly what to do, because he was attracted by too many things.

After doing my photographic work, I sat down at a table. A polite waiter asked me what I was drinking and I said, “un mojito, por favor.”

The television at the top corner of the room, talking about Pope Ratzinger had announced his resignation. Next to my table there were two men, one Italian and the other Cuban, who were discussing the topic. They realized that I was Italian and I hosted at their table. I accepted with pleasure the invitation and began a pleasant conversation, seasoned with mojitos y puros.

Cuba is fantastic. Whenever you happen to know new people. Without the fear that there is an ulterior motive or some kind of interest.

Speaking became lunch time and my guests took their leave.
I went to see Carlos to exchange a few words with him. Too bad that he was having lunch. Trying not to be too intrusive I told him that I was going. He got up from his table and, still smiling, shook my hand. Then with a gesture from perfect host, he asked me if I wanted to take pictures with him. I do not, I would have never had the courage to ask him. He was eating!

So we started posing for photos. Between shots and the other, made by an aide, he asked me how it was the smoke Epicure 2. I said it was perfect for the appetizer I had just consumed. The sweetness of the cigar was well suited to the mojito. He nodded. Kindly escorted me to the exit.

We shook hands. Here’s another person that I come back to find the next time I’m in Havana, I told myself.

 

Following, Italian version.

 

Mi ero svegliato di ottimo umore. Avevo segnato in agenda una visita a La Casa del Habano della 5 y 16. Avrei trovato a fare gli onori di casa, niente meno che Carlos Robaina.

Il mio albergo non era proprio cosi vicino a La Casa del Habano, ci sarei arrivato con una buona camminata di venti minuti. Erano le undici e trenta e il sole picchiava, anche se era Febbraio. Cosi scelsi il marciapiede con maggiori zone d’ombra. I grossi rami sporgenti dagli alberi riuscivano a coprire gran parte del selciato.

Camminavo tranquillo, guardando i vari veicoli che sfrecciavano sulla quinta avenida. Un’auto americana anni cinquanta, un side car russo, una moderna macchina coreana.

Chi conosce la quinta avenida sa che è una strada molto larga, a due sensi di marcia. In mezzo, c’è un viale pedonale abbastanza largo che separa le corsie. A quell’ora, era facile preda del sole.

 

quinta

Un operaio catturò la mia attenzione. Nel viale centrale, sotto un sole abbastanza caldo, spingeva un carrello con alcune lamiere sopra. Il manovale indossava un casco antinfortunistica, una camicia verde militare, bermuda coloniali, scarponi. Mentre spingeva il pesante carrello con entrambe le mani, teneva in bocca un sigaro fumante.

 

operaio

Rimasi folgorato da quella visione! Volevo fotografarlo, ma il codardo che è in me prevalse e lo colpii alle spalle. Scherzi a parte, temevo un vaffa da un lavoratore cubano che stava sudando sette camicie. Spiegaglielo che ho la passione per i sigari cubani! Mi rovescia carrello e lamiere in testa.

Dopo cinque minuti dalla mistica visione, arrivai a La Casa del Habano. La costruzione ricordava la villetta dei miei zii al mare. Immaginate che bello vivere dentro La Casa del Habano! Bianca, su due livelli, con un’ampia vetrata sul davanti.

 

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Scattate le foto entrai. Un vero spettacolo si aprii ai miei occhi.  Un walk-in-humidor grande che si sviluppava come un serpente. Più avanti, alla sinistra la cassa, sulla destra il banco del torcedor della casa.

 

 

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Di fronte, bassi tavolini circondati da comode poltrone facevano da anticamera al bar ristorante. Chiesi di Carlos, il quale arrivò subito. Con un largo sorriso, tipico della gente cubana, mi salutò. Spiegai chi ero e lui mi disse di non fare complimenti. Potevo andare e fotografare tutto ciò che volevo. Non prima però di avergli chiesto un Epicure n.2 di Hoyo de Monterrey. Accesi il puro e cominciai a gironzolare per la tienda come un cucciolo di cane che non sa di preciso cosa fare, perché attratto da troppe cose.

 

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Dopo aver fatto il mio lavoro fotografico, mi sedetti ad una tavolino. Un cameriere educato mi chiese cosa bevevo ed io: “un mojito, por favor”.

 

Don Ale

 

La televisione posta in alto all’angolo della stanza, trasmetteva un notiziario cubano. Papa Ratzinger aveva annunciato le sue dimissioni. Di fianco al mio tavolo c’erano due uomini, uno italiano, l’altro cubano, che stavano discutendo sull’argomento.  Capirono che ero italiano e mi ospitarono al loro tavolo. Accolsi con piacere l’invito e iniziammo una piacevole chiacchierata, condita da mojitos y puros.

 

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Cuba è fantastica. Ogni volta ti capita di conoscere persone nuove. Senza il timore che ci sia un secondo fine o chissà quale interessamento.

Parlando si fece l’ora di pranzo ed i miei ospiti presero congedo.

Io andai a trovare Carlos per scambiare qualche parola anche con lui. Peccato che stava pranzando. Cercando di non essere troppo invadente gli dissi che stavo andando. Lui si alzò dalla sua mensa e, sempre sorridendo, mi strinse la mano. Poi con un gesto da perfetto padrone di casa, mi chiese se desideravo farmi scattare delle foto con lui. Io non ne avrei mai avuto il coraggio di chiederglielo. Stava mangiando!

 

io e Carlos

Colsi la palla al balzo e ci mettemmo in posa per le foto. Tra uno scatto e l’altro, fatto da un suo collaboratore, mi chiese come andava la fumata dell’Epicure n.2. Risposi che era perfetta per l’aperitivo che avevo appena consumato. La soavità di quel sigaro bene si adattava al mojito. Lui annui. Gentilmente mi accompagnò all’uscita.

Ci stringemmo la mano. Ecco un’altra persona che tornerò a trovare la prossima volta che verrò a l’Avana, mi dissi.

 

 

-Massimo Busciolano-

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